Comunicato Stampa diramato dalla FLC CGIL Nazionale.
Per l’ennesima volta sentiamo la necessità di intervenire su una grave distorsione del sistema universitario italiano: nelle università telematiche gli esami in presenza rischiano di essere ridotti a una pura formalità, svuotata della propria funzione essenziale di verifica effettiva delle conoscenze acquisite. A quattro anni di distanza dalla chiusura dello stato di emergenza sanitaria sul Covid (31 marzo 2022, in seguito al Decreto-Legge 24 marzo 2022, n. 24), che cancellava tutte le normative straordinarie per poter tenere esami e tesi on line, ad oltre un anno dall’emanazione del Decreto Ministeriale 1835 (6 dicembre 2024) che ribadiva l’obbligo degli esami in presenza, salvo situazioni emergenziali o l’emanazione di nuove indicazioni in relazione a nuove tecnologie (annunciate da tempo, con un secondo decreto per le telematiche, sino ad oggi però mai emerso dai cassetti del MUR), gli atenei telematici profit che in tutto questo tempo avevano sino ad oggi consentito di tener on line da casa hanno iniziato ad adottare appelli in presenza dai primi mesi del 2026. Le pratiche che ci vengono segnalate, però, aggirano nella sostanza le norme vigenti e trasformano l’obbligo della presenza in un adempimento burocratico, con alcuni tratti che se confermati appaiono surreali, mentre la valutazione reale finisce per essere anticipata e consumata sempre attraverso test online. Il risultato è un evidente indebolimento della serietà della prova d’esame e, di conseguenza, della credibilità stessa del titolo di studio.
Le segnalazioni che riceviamo, confermate anche da video diffusi in rete, descrivono sessioni d’esame organizzate come vere e proprie catene di montaggio, con domande di verifica dell’apprendimento in presenza non in grado di modificare la votazione ottenuta ai test on line se non al rialzo e almeno per alcuni casi trasversali (una domanda per la registrazione di diversi esami, sino a cinque). Gli stessi tutor telematici rassicurano gli iscritti sulla presunta “facilità” delle procedure, mentre gli studenti arrivano a vedersi convalidati più esami nella stessa giornata attraverso colloqui di pochi minuti, incapaci di costituire una reale verifica dell’apprendimento. In questo quadro, l’obbligo di presenza viene ridotto a un passaggio meramente formale; i test online diventano la vera prova valutativa; i colloqui risultano troppo brevi, superficiali e persino trasversali a corsi molto diversi tra loro per poter realmente accertare la preparazione; la possibilità di sostenere più esami nello stesso giorno svilisce cioè ulteriormente il valore del percorso universitario. Questa modalità non è comunque esente da problemi per le stesse telematiche a partire da alti costi per le sedi di esame e per le commissioni (viaggio e alloggio). Si parla dell’ipotesi di trasformare questa prova orale in una prova scritta ma sempre trasversale (una prova per confermare fino a 5 esami), senza poter abbassare i voti presi nelle prove online. Insomma, il solito aggiustamento a costi ridotti…
Questa tendenza era stata già denunciata dalla FLC CGIL nel rapporto Il piano inclinato, che segnalava l’assenza di una normativa adeguata sugli atenei for profit e il rischio di compromettere la legalità degli esami a causa del conflitto tra finalità formative e obiettivi puramente economici di questi soggetti. Non si tratta quindi di episodi isolati, o di una semplice sperimentazione occasionale, ma di un problema strutturale che richiede interventi urgenti. Facendo eco alle parole della Segretaria Generale, Gianna Fracassi, accogliamo allora positivamente l’indagine che ha coinvolto l’Università Telematica Pegaso di cui abbiamo avuto notizia nelle scorse settimane; tuttavia, ribadiamo che è indispensabile vigilare sull’intero sistema delle telematiche for profit e sui cosiddetti “titolifici”, intervenendo sulle regole strutturali che consentono a quelle strategie di business di operare nel campo della formazione superiore.
Di fronte a questa situazione, è necessario richiamare alle proprie responsabilità le istituzioni chiamate a garantire la qualità della formazione universitaria. MUR e ANVUR, sempre più un organo di governo che un’agenzia terza, non possono limitarsi a emanare norme e linee guida se poi manca una vigilanza effettiva sulle modalità con cui gli atenei telematici organizzano gli esami e valutano gli studenti. L’assenza di controlli concreti finisce per aggravare lo svilimento del valore della laurea. Riteniamo che una legittimazione di fatto degli esami online rappresenterebbe non solo un grave errore, ma anche un punto di non ritorno nel degrado del sistema universitario italiano, colpendo la sua natura pubblica e il suo carattere nazionale. Questa modalità di verifica, infatti, è un elemento centrale nella costruzione delle loro strategie, insieme alla costellazione dei centri di orientamento e apprendimento a loro associati e all’incredibile rapporto numerico tra studenti e docenti, come abbiamo mostrato nel nostro rapporto 2024 e anche in approfondimenti successivi. Per questo occorre rivedere il DM 1835 del 6 dicembre 2024, riportare criteri e requisiti minimi omogenei tra corsi a distanza e in presenza, regolare strettamente o meglio ancora eliminare le logiche profit nelle università, introdurre una regolazione immediata, fondata su criteri omogenei, verificabili e realmente sanzionabili.
La vertiginosa crescita delle iscrizioni agli atenei telematici non è il frutto di una reale vocazione per l’innovazione didattica, ma la diretta e drammatica conseguenza della colpevole ritirata dello Stato sul fronte del diritto allo studio. Intorno al 2010 sono state chiuse oltre un terzo delle sedi staccate nei territori degli atenei statali, con la diffusione dei corsi di laurea sul territorio. L’adozione di distribuzione competitive delle risorse (legge 30 dicembre 2010, n. 240, la cosiddetta Gelmini, e il Decreto Legislativo 29 marzo 2012, n. 49 sulla Disciplina per la programmazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei) hanno portato a misurare il successo e quindi l’arrivo dei fondi pubblici agli atenei sul parametro degli studenti in corso, portando ad aumentare significativamente le tasse di iscrizione per gli studenti fuori corso (spesso lavoratori) e a ridurre drasticamente o cancellare corsi serali e corsi intensivi estivi, proprio diretti a questi studenti. Queste aziende private occupano di fatto gli spazi lasciati vuoti dalle istituzioni pubbliche. Non a caso la loro espansione si innesca proprio nel 2015/2016, passando in pochi anni a centinaia di migliaia di studenti (soprattutto lavoratori e lavoratrici) e arrivando oggi a contare oltre il 15% degli iscritti ad un corso di studi, con una quota crescente di neodiplomati. Oggi, per migliaia di ragazze e ragazzi, i costi insostenibili della vita da studente ’fuori sede’ – tra affitti inaccessibili e caro vita – rendono un miraggio l’iscrizione a un ateneo tradizionale.
I giovani vengono così spinti verso l’alternativa a basso costo offerta dalle telematiche o costretti al ricatto di dover lavorare, rinunciando alla possibilità di dedicarsi allo studio a tempo pieno. Tutto questo rappresenta una palese mortificazione dell’Articolo 34 della nostra Costituzione, che impone alla Repubblica di garantire ai ’capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi’, il raggiungimento dei gradi più alti degli studi. Fare lo studente a tempo pieno deve tornare a essere un diritto sostenuto concretamente dallo Stato, non un privilegio per chi se lo può permettere.
Questa dinamica di desertificazione dell’università statale a favore del business telematico assume contorni ancora più allarmanti e pericolosi nel Sud del Paese, dove le disuguaglianze economiche colpiscono più duramente e dove la presenza di un’università pubblica forte e accessibile rappresenta un presidio democratico e di sviluppo irrinunciabile.
Per invertire questa rotta, occorre smettere di assecondare il mercato e tornare a investire massicciamente nel sistema universitario pubblico, superando la piaga del precariato che affligge il personale. Come ci ricorda costantemente l’OCSE nel suo rapporto annuale Education at a Glance, l’Italia è drammaticamente indietro per spesa in istruzione terziaria e per numero di giovani laureati. Dobbiamo aumentare i laureati nel nostro Paese, ma dobbiamo farlo garantendo a tutte e tutti l’accesso alla ’vera’ università: quella in presenza, pubblica, fondata sulla qualità della didattica e della ricerca, e liberata dalle logiche del profitto.
A tutela dell’intero sistema universitario, riteniamo imprescindibile tracciare un confine netto e rigoroso tra il lavoro svolto negli atenei pubblici e quello prestato nei contesti telematici privati , le cui logiche rischiano di sottrarre credibilità all’istituzioni accademiche. Siamo convinti che chi opera nel sistema universitario statale non debba in alcun modo intrattenere rapporti di lavoro o collaborazione parallela con le università telematiche.
A tal riguardo, suscitano profondo sconcerto alcune dinamiche che abbiamo registrato in questi anni, quantomeno inopportune: abbiamo infatti visto il passaggio di ex Rettori dalle università pubbliche alle telematiche; un ex Presidente dell’ANVUR (l’ente controllore del sistema) assumere la presidenza di ’UNITED’ (l’associazione che raggruppa i principali atenei online); figure apicali degli atenei, attualmente in carica come il Direttore Generale del Politecnico di Torino, sedere nel Nucleo di Valutazione dell’Università Pegaso.
A rendere il quadro ancora più allarmante è la trasversale protezione politica di cui queste realtà telematiche sembrano godere, una vera e propria rete di salvataggio che non fa distinzione di colore partitico. È emblematico, in tal senso, il coinvolgimento di figure storiche delle massime istituzioni dello Stato: basti pensare all’ex Presidente della Camera, Luciano Violante, chiamato a ricoprire il ruolo di Presidente dell’Advisory Board del colosso Multiversity.
Il sistema pubblico deve essere messo al riparo da ingerenze di natura mercantile e da queste reti di protezione bipartisan. In attesa di interventi normativi rigorosi volti a impedire simili commistioni, facciamo appello a un inderogabile senso etico, che dovrebbe sempre orientare le scelte di chi ricopre un ruolo di dipendente pubblico e di rappresentante delle istituzioni.
Come analizzato a fondo nel già citato Il piano inclinato, il sistema universitario nazionale sta subendo una preoccupante frammentazione a causa dell’espansione degli atenei telematici e dell’incursione di logiche di mercato. I numeri certificano uno squilibrio inaccettabile: a fronte di profitti milionari, queste realtà operano con un rapporto abnorme di un docente di ruolo ogni 342 studenti, contro la media di 1 a 30 degli atenei tradizionali, ricorrendo massicciamente a forme contrattuali atipiche. Per raddrizzare questa deriva e impedire che la laurea si trasformi in una mera merce, riteniamo indispensabile e urgente l’approvazione di una norma che escluda esplicitamente lo scopo di lucro per le università, obbligando chi rilascia titoli con valore legale a reinvestire gli eventuali utili interamente nella didattica e nella ricerca.
Allo stesso tempo, sono necessarie l’emanazione e l’applicazione tempestiva di nuovi criteri di accreditamento, imponendo alle telematiche il rispetto dei medesimi standard qualitativi e numerici richiesti agli atenei statali. Per garantire l’efficacia di queste regole, il Ministero dell’Università e il CUN devono essere dotati di reali poteri ispettivi sulle modalità d’esame e sui regolamenti didattici, prevedendo anche la presenza obbligatoria di un rappresentante del MUR nei Consigli di Amministrazione. È inoltre cruciale tutelare la qualità formativa stabilendo vincoli minimi per la didattica sincrona e bloccando sul nascere pericolosi modelli ibridi in streaming per i corsi di area sanitaria e per le professioni specifiche, che devono restare rigorosamente in presenza. Infine, la vera difesa del sistema passa attraverso la tutela dei lavoratori: rivendichiamo un Contratto Nazionale specifico per il personale tecnico, amministrativo e bibliotecario delle università non statali per porre fine all’attuale opacità, e chiediamo che i procedimenti disciplinari a carico dei docenti tornino sotto l’egida del CUN, mettendo così al riparo la libertà di ricerca e di insegnamento da qualsiasi ritorsione di natura aziendale.
Come recita il titolo del nuovo libro di Paolo Miccoli, ex Presidente dell’ANVUR ora di UNITED, «Il sapere è un diritto». Condividiamo questa affermazione, ma ne ribaltiamo radicalmente la logica che si sostiene nel libro: proprio perché il sapere è un diritto inalienabile, deve essere lo Stato a garantirlo attraverso un sistema universitario pubblico forte, in grado di soddisfarlo per tutte e tutti. Questo significa costruire un sistema di reale sostegno al diritto allo studio che permetta ai giovani di frequentare l’università senza l’assillo economico e senza le disuguaglianze dettate dal censo.
Non siamo pregiudizialmente contro la didattica a distanza: per chi lavora o per chi, nel corso della propria vita, desidera continuare a formarsi, le lezioni online possono rappresentare uno strumento utile e inclusivo. Tuttavia, pensiamo che di questa esigenza se ne faccia carico il sistema universitario pubblico, nel quadro di precise indicazioni, supporti e vincoli che hanno a lungo caratterizzato proprio l’esperienza italiana (i primi corsi a distanza, infatti, risalgono al Consorzio Nettuno dei primi anni Novanta), prima della diffusione di logiche profit, da parte di società profit e non solo, in questo particolare settore dei corsi a distanza. Solo così si può tutelare e garantire la qualità della didattica. Le molteplici evidenze di oggi ci dicono invece l’esatto contrario: nel mercato delle telematiche for profit la competizione tra atenei si gioca quasi esclusivamente sul mero raggiungimento dell’obiettivo finale – il rilascio della laurea – senza alcuna reale preoccupazione per come avvenga l’apprendimento o per l’effettiva acquisizione delle competenze.