PNRR e Università: un decreto che conferma le difficoltà strutturali del sistema

Il MUR si impegna a preservare le università telematiche
L’esclusione dei precariato dalle spese di personale è solo una limitata via d’uscita dalla pressione sui bilanci degli atenei, il rinvio sui mandati rettorali un ulteriore indice delle tensioni nella maggioranza.

Il Consiglio dei Ministri n. 158 del 29 gennaio 2026 ha approvato un decreto contenente ulteriori disposizioni urgenti per l’attuazione del PNRR e per le politiche di coesione, con effetti diretti sul sistema universitario. In particolare, all’articolo 22, comma 4, viene prevista l’esclusione di diverse tipologie di contratti precari dal calcolo delle spese di personale stabilito dal decreto legislativo n. 49 del 2012. Non vengono quindi più computati i contratti di ricerca, gli incarichi post-doc, gli incarichi di ricerca e i RTDa ancora in servizio, in linea con quanto già avviene per gli assegni di ricerca. Una scelta apparentemente tecnica, che però si inserisce in una strategia più ampia di gestione della crisi finanziaria degli atenei.


Un sistema sottofinanziato tra tagli e inflazione

Il provvedimento arriva in una fase caratterizzata da un sottofinanziamento strutturale dell’università italiana. Nel 2024 il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) ha subito una riduzione di oltre 500 milioni di euro rispetto alle previsioni, passando da quasi 9,6 miliardi a poco più di 9 miliardi. Nonostante una parziale ripresa delle risorse nel 2025 e nel 2026, il livello complessivo resta inferiore di oltre 200 milioni di euro rispetto a quanto programmato negli anni precedenti. A ciò si somma l’effetto di un’inflazione cumulata molto elevata, che ha ulteriormente eroso la capacità di spesa degli atenei e reso sempre più complessa la gestione ordinaria dei bilanci.


L’aumento dei costi di personale e i rischi per i bilanci

Il quadro è aggravato dal forte incremento delle spese di personale. Ai piani straordinari di reclutamento si sono aggiunti i rinnovi contrattuali del personale tecnico-amministrativo e bibliotecario, gli adeguamenti ISTAT per il personale docente e la piena applicazione degli scatti stipendiali biennali, entrati stabilmente a regime dal 2023. Secondo stime sindacali, l’impatto complessivo di questi aumenti potrebbe superare i 700 milioni di euro entro il 2027. Con l’esaurimento delle risorse PNRR, comprese quelle indirette legate ai costi generali di progetto, oltre due terzi degli atenei pubblici rischiano difficoltà nel chiudere i conti, mentre più di un terzo potrebbe avvicinarsi a situazioni di dissesto finanziario.


L’intervento del governo sui vincoli di bilancio

In assenza di nuove risorse strutturali, il governo ha scelto di intervenire sui vincoli contabili. Il decreto modifica il parametro che fissa all’80% il rapporto massimo tra spese di personale ed entrate, escludendo dal computo i contratti precari. Parliamo di oltre 6.800 RTDa, di circa 5-600 contratti di ricerca e dei nuovi incarichi post-doc, ancora in gran parte da attivare. L’effetto stimato è limitato, intorno all’1,5%, ma la conseguenza politica è evidente: si incentiva l’utilizzo di lavoro precario per garantire il funzionamento dell’università, aggirando i limiti formali di spesa senza affrontare il nodo del finanziamento.


Mandati rettorali e governance: un tema rinviato

Accanto alle misure finanziarie, nelle settimane precedenti all’approvazione del decreto era circolata l’ipotesi di un intervento sui mandati di Rettori e Rettrici, finalizzato a prolungarne la durata. Nel testo approvato, però, non compare alcuna norma in tal senso. Il tema resta comunque oggetto di confronto negli ambienti accademici, dove si discutono diverse ipotesi di riforma della governance, dal passaggio a mandati rinnovabili fino all’introduzione di un terzo mandato, con modalità di conferma differenziate. Il rinvio, tuttavia, appare indicativo delle tensioni politiche ancora irrisolte.


Il dibattito sul Corriere della Sera e il ruolo di Stefano Paleari

Le difficoltà nel procedere a una riforma organica della governance sono emerse chiaramente nel dibattito pubblico sviluppatosi sulle pagine del Corriere della Sera nel mese di gennaio. Il 15 gennaio 2026, un intervento di Ernesto Galli della Loggia, coordinatore di uno dei gruppi di lavoro ministeriali sulla revisione della legge 240/2010, ha criticato duramente l’ambiente accademico e i soggetti che affiancano il Ministero nelle scelte di riforma. L’articolo ha dato avvio a uno scambio di repliche e controrepliche, portando alla luce divergenze profonde all’interno del mondo accademico e istituzionale.

In questo contesto si colloca l’intervento di Stefano Paleari, già Rettore dell’Università di Bergamo, ex Presidente della CRUI ed ex commissario straordinario di Alitalia, che ha fatto parte del gruppo di lavoro ministeriale inizialmente coordinato da Marco Mancini. Paleari è intervenuto sul Corriere della Sera per replicare alle posizioni di Galli della Loggia, difendendo l’impostazione seguita dal Ministero e sottolineando la complessità del sistema universitario, respingendo una rappresentazione semplificata e autoreferenziale dell’accademia. Alla sua replica è seguita una risposta finale di Galli della Loggia, che ha ulteriormente irrigidito il confronto.


Una frattura politica che pesa sulle politiche universitarie

Questo scambio pubblico appare emblematico di una frattura più ampia all’interno della maggioranza di governo, in particolare tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, già emersa nei diversi percorsi legislativi seguiti in Parlamento. Il confronto sulla governance universitaria, lungi dall’essere solo tecnico, riflette visioni politiche differenti sul ruolo dell’autonomia, sulla funzione degli organi accademici e sulla direzione futura delle politiche universitarie italiane. In questo quadro, il nuovo decreto sul PNRR si limita a gestire l’emergenza, senza offrire una prospettiva strutturale di rilancio del sistema.

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