Fondo di Finanziamento Ordinario 2026: la farsa degli aumenti, l’università pubblica sull’orlo del collasso

Lo schema di DM che definisce il Fondo di Finanziamento Ordinario distribuisce tra gli atenei statali le stesse risorse dello scorso anno, nonostante inflazione, piano straordinario e aumenti delle spese del personale.

La narrazione trionfalistica della Ministra Bernini si scontra, ancora una volta, con la dura realtà dei fatti. In questi giorni il Ministero dell’Università e della Ricerca ha predisposto il solito schema del Decreto Ministeriale sui criteri di ripartizione del Fondo per il Finanziamento Ordinario 2026, che a breve riceverà l’usuale parere formale della CRUI e del CUN (anche se questo è oramai scaduto lo scorso 30 giugno 2026 e ci è sfuggita, al momento, la sua ennesima proroga, in attesa della discussione e dell’approvazione del DDL che ne prevede la revisione).

I numeri di questo decreto non raccontano un rilancio dell’università: al contrario, certificano un disinvestimento cronico, mascherato da un propagandistico incremento contabile, e una scelta politica precisa, quella di comprimere progressivamente il finanziamento pubblico, aprendo sempre più la strada a quegli atenei profit e telematici che agiscono con requisiti ridotti (vedi il cosiddetto Decreto Bernini/BandecchiDM 1835 del 6 dicembre 2024) e aggirano sistematicamente la normativa sugli esami in presenza.

Il FFO per il 2026 raggiunge la cifra di 9.365.562.965 euro (9,365 miliardi di euro). Lo scorso anno, il FFO era 9.367.662.950 di euro (9,367 miliardi di euro): la risorse diminuiscono quindi anche nominalmente di 2,1 milioni di euro (-0,022%). In realtà, di qualcosina di più, perché bisogna considerare che nel Fondo confluiscono anche le risorse che l’ultima legge di bilancio (articolo 1, comma 307, della legge 30 dicembre 2025, n. 199) destina al cosiddetto piano straordinario rivolto ai ricercatori RTDa (per il 2026 11,3 milioni di euro). Non a caso, come vedremo, la quota base del Fondo diminuisce di oltre 10,3 milioni di euro. Insomma, la Ministra riesce a smentire anche sé stessa: le risorse calano dal massimo storico nominale dello scorso anno, ma per occultare questo dato di realtà si inventano trucchi contabili per propagandare un aumento inesistente.

Il trucco del turnover. Lo sbandieratissimo, quanto irrisorio, aumento di 50 milioni comunicato dal Ministero, infatti, non rappresenta un reale incremento delle risorse, perché viene neutralizzato nello stesso Decreto dal blocco parziale del turnover, stabilito nella legge di bilancio 2024 e già di fatto operativo dallo scorso anno. L’articolo 1 della legge 30 dicembre 2024, n. 207, in particolare i commi 825 e 834, hanno stabilito per il 2026 un blocco al 75% del turnover dei ricercatori universitari, con versamento però dalle amministrazioni interessate delle somme derivanti dall’applicazione di questo blocco (gli stipendi risparmiati dei ricercatori non sostituiti), convogliate su apposito capitolo dell’entrata del bilancio dello Stato per esser acquisite all’erario. Insomma, come conteggiato nelle premesse dello stesso decreto, quest’anno gli atenei statali devono restituire al MEF 49.348.985 euro. Non c’è allora alcun aumento dei fondi: il Ministero semplicemente copre con 50 milioni l’ammanco che questo stesso governo aveva deciso a dicembre del 2024, e così i 9.414.911.950 di euro disponibili per l’esercizio 2026 e generosamente propagandati dalla Ministra, di fatto non esistono per gli atenei. Un gioco di prestigio ridicolo: dietro ad una comunicazione politica che sottolinea un presunto rilancio del sistema universitario, la realtà è invece quella di un lungo inverno di definanziamento, come abbiamo sottolineato sin dal taglio di 500 milioni di euro al Fondo 2024.

In questo scenario, larga parte degli atenei pubblici sono sull’orlo del collasso. Il Fondo per il Finanziamento Ordinario resta infatti insufficiente a coprire l’aumento dei costi di funzionamento degli atenei. Da una parte c’è l’inflazione, non solo quella significativa del triennio 2022/24 e mai realmente recuperata (intorno al 15/17%), ma anche banalmente a quella in corso: l’aumento dei costi nel 2025 è stato dello 0,8% (e quindi sarebbero stato necessario un aumento del FFO di almeno 75 milioni di euro per mantenere le risorse reali); nel 2026 ISTAT e Bankitalia lo stimano tra il 2,6 ed il 3%, a seconda degli andamenti della guerra nel Golfo persico (quindi, per mantenere le risorse reali sarebbero necessari agli atenei altri 244 milioni di euro). Dall’altra parte, c’è l’aumento strutturale dei costi del personale, sia per gli scatti stipendiali a regime del personale docente, sia soprattutto per rinnovi contrattuali e relativi adeguamenti ISTAT. I rinnovi del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e CEL, come i conseguenti adeguamenti stipendiali del personale docente, sono infatti totalmente a carico delle singole amministrazioni (e non del bilancio dello Stato), non essendoci ad oggi nessun meccanismo di diretto rifinanziamento di questi costi fissi per gli atenei. Stante i rinnovi degli ultimi mesi (2022/24 e 2025/27, che porteranno nel 2027 e 2028 ad adeguamenti ISTAT consistenti per il personale docente), come abbiamo sottolineato ci sarà  una spesa aggiuntiva non comprimibile per oltre 170 milioni di euro per il 2026 e per altri 300 a partire dal prossimo anno… Senza contare che sulle casse degli atenei pesano anche gli aumenti dello scorso anno: l’adeguamento ISTAT per il personale docente (4,8%) e il rinnovo contrattuale dello scorso dicembre (6% per il CCNL 2022/24), oltre 280 milioni di euro nel complesso, come abbiamo più volte ribadito ben sotto i picchi inflattivi del triennio passato, ma che comunque incidono sui conti degli atenei senza alcun ulteriore finanziamento da parte dello Stato.

La conseguenza è concreta. Nel biennio scorso gli atenei pubblici sono già stati costretti a comprimere le spese, vista l’inflazione e il taglio di risorse. Il PNRR, sia attraverso gli interventi diretti sia attraverso fondi generali incamerati nei diversi progetti, ha permesso di attutire sino ad oggi queste difficoltà. Nel corso di quest’anno il PNRR però si chiude e alcune università hanno già dovuto congelare prese di servizio e sospendere le procedure di reclutamento; diversi atenei hanno tagliato fondi di ricerca e ridotto l’offerta formativa; molti hanno dovuto rivedere la programmazione triennale. Nel 2026 e nel 2027, la scelta del governo di perseverare nel contenimento del finanziamento pubblico, costringerà sempre più gli atenei a scegliere tra tenuta dei conti, qualità della didattica, capacità di ricerca e diritto degli studenti a servizi adeguati.

FFO 2026 Università

L’FFO 2026, allora, conferma e prolunga le disastrose dinamiche da noi denunciate dal 2024: quella che allora veniva definita una gelata estiva non era un episodio isolato, ma l’avvio di un nuovo lungo inverno per l’università pubblica italiana. Il punto non è soltanto la variazione nominale del Fondo, ma il progressivo svuotamento della sua capacità reale di finanziare il funzionamento ordinario degli atenei: mentre crescono inflazione, costi energetici, rinnovi contrattuali, adeguamenti stipendiali e spese incomprimibili, le risorse stabili restano ferme o arretrano. Se oggi finanziassimo le università con la stessa incidenza sulla spesa pubblica che avevamo nel 2000, al netto degli interessi, il Fondo dovrebbe superare i 12 miliardi di euro; invece resta inchiodato attorno ai 9,4 miliardi, cioè ben al di sotto di quanto sarebbe necessario. Gli effetti concreti sono già visibili: corsi di laurea con meno docenti strutturati e più contratti precari; laboratori costretti a rinviare acquisti di materiali, manutenzioni e aggiornamenti tecnologici; biblioteche e servizi agli studenti con orari ridotti; segreterie e uffici sottorganico. A questo si aggiungono il rinvio di lavori su aule, residenze e spazi di studio, la riduzione dei fondi per borse, mobilità e tutorato, e una crescente difficoltà a garantire didattica di qualità nei territori più fragili. Il sottofinanziamento, dunque, non resta nei bilanci: entra nelle aule, nei laboratori, nelle biblioteche e nella vita quotidiana di studenti, personale tecnico-amministrativo bibliotecario, ricercatrici e ricercatori.

L’effetto più drammatico riguarda il precariato della didattica e della ricerca: assegnisti, ricercatrici e ricercatori a tempo determinato, borsisti e personale su progetto sono i primi a pagare la mancanza di risorse stabili. Quando gli atenei non riescono a coprire i costi ordinari, saltano per primi i rinnovi dei contratti, si bloccano le procedure di assunzione e intere linee di ricerca vengono chiuse. Oggi siamo allora davanti al più grande licenziamento di massa della storia dell’università italiana, la grande espulsione che abbiamo denunciato in questi mesi. Proprio grazie al PNRR, oltre che all’incremento di risorse dei primi anni venti, negli ultimi anni si sono reclutati oltre 35.000 precari (più di 12.000 RTDa, 23.000 assegnisti, migliaia di borsisti): la loro progressiva stabilizzazione (come delineato in un piano elaborato dalla FLC) era l’occasione, come alla fine degli anni Settanta, per permettere un salto di qualità nelle dimensioni e nella qualità del sistema universitario, abbassando decisamente il rapporto tra studenti e docenti (oggi 1 a 20, contro 1 a 14 a livello europeo), ampliando l’offerta formativa, la presenza sul territorio e quindi il numero di iscritti e laureati (in Italia sotto la media continentale per oltre 15 punti percentuali). Il definanziamento pubblico, al contrario, non solo degrada il sistema esistente, ma sta producendo un enorme dispersione delle ultime generazioni di ricercatori e ricercatrici, alimentando dequalificazione professionale e la cosiddetta fuga dei cervelli: non per scelta individuale, ma perché il sistema espelle competenze formate con risorse pubbliche e le consegna a Paesi che investono in ricerca e innovazione. Il confronto internazionale è impietoso: secondo i dati OCSE, in Italia si contano circa 6 ricercatori ogni 1.000 occupati, contro quasi 10 in Germania, oltre 10 in Francia e più di 7 in Spagna. Ogni contratto che non viene rinnovato, ogni posizione che scompare, ogni ricercatrice o ricercatore costretto a partire non è solo una perdita di personale: è capacità scientifica, didattica e tecnologica a cui si rinuncia. Il risultato è un’università sempre più fragile: meno risorse per didattica e ricerca, più pressione sui bilanci degli atenei, maggiore dipendenza da entrate proprie e tasse studentesche, e un progressivo restringimento dell’accesso per chi non può contare sui redditi familiari. Il divario con l’OCSE non è quindi solo statistico: misura la distanza tra un sistema universitario pensato come diritto sociale e un modello che rischia di diventare sempre più selettivo, povero e diseguale.

Il problema non è solo l’ammontare del Fondo, ma la sua composizione. Lo abbiamo sottolineato in questi anni: il cuore del fondo di finanziamento ordinario è la sua Quota base, le risorse libere da vincoli di destinazione che sono quindi impiegabili nel funzionamento quotidiano. Questa è la componente del FFO che misura la tenuta effettiva del sistema: se si riduce o non cresce in termini reali, gli atenei non possono programmare assunzioni, servizi, didattica e ricerca. Come sappiamo, nel corso degli ultimi quindici anni il peso di questa quota si è quasi dimezzato, passando da più dell’80% del FFO al 44% di questi ultimi anni. Nel 2025 era contabilmente emerso un suo aumento, con un ritorno al 50% del FFO, ma questo risultato era solo un trucco contabile (come abbiamo subito sottolineato), perché derivava dal consolidamento di risorse già esistenti, provenienti da voci vincolate soprattutto nei vecchi piani straordinari. Così è anche quest’anno: alla quota base nominale del decreto (4,673 miliardi di euro) bisogna togliere le risorse vincolate consolidate (146 mln di euro di adeguamento scatti biennali, 48 mln di valorizzazione personale TAB, 477 milioni di consolidamenti dei piani straordinari di reclutamento), aggiungendo poi i 131.103.884 di euro destinati alle Istituzioni ad ordinamento speciale (Perugia e Siena Stranieri, Foro Italico, Scuole superiori, ecc).  

La reale quota base del 2026 è quindi pari a 4.133.279.236 euro, inferiore come prima abbiamo sottolineato di circa 10 milioni a quella del 2025 (4.143.617.668 euro; -0.24%). Un calo di risorse a fronte di spese maggiori. Dentro la Quota base si nasconde poi il nodo del Costo standard: questo parametro assorbe 2,58 miliardi di euro (il 38% dell’FFO, al netto dei vincoli di destinazione), due terzi dell’intera Quota base. Come abbiamo sottolineato nel 2025, questo parametro trasforma un finanziamento che dovrebbe distribuire risorse agli atenei su logiche funzionali in un criterio competitivo. Il Costo standard, infatti, non misura semplicemente i bisogni reali di un ateneo, ma li traduce in algoritmi che penalizzano chi opera in contesti più difficili: atenei con minore capacità fiscale del territorio, minore possibilità di ricorrere a contribuzione studentesca, maggiore disagio sociale, più alta domanda di servizi e minori economie di scala. Il risultato è un meccanismo che accentua le disuguaglianze invece di correggerle.

Il problema è aggravato dal peso crescente della quota premialeL’importo 2026 è di 2.540.000.000, in crescita di 40 milioni rispetto al 2025 (+1,6%). La premialità viene presentata come strumento di qualità ed efficienza, ma in realtà è finalizzata a produrre polarizzazioni e, in un sistema già sottofinanziato, finisce per redistribuire scarsità. Gli atenei che partono da condizioni storicamente più forti, con maggiori entrate proprie, più capacità amministrativa e un contesto territoriale più ricco, riescono più facilmente a intercettare le risorse; quelli collocati in aree socialmente ed economicamente più fragili vengono invece spinti in una spirale di minori risorse, minore capacità di investimento e peggiori condizioni di partenza per i riparti successivi. Il Fondo dovrebbe servire a garantire livelli essenziali di didattica, ricerca e servizi su tutto il territorio nazionale; invece, tra quota premiale e costo standard, diventa sempre più uno strumento di selezione tra gli atenei. La retorica dell’efficienza copre così una scelta politica: finanziare meno il sistema pubblico e costringere le università a competere tra loro per quote insufficienti di risorse.

Infine, la quota di salvaguardia rimane quasi invariata (141 milioni di euro, – 1 milione rispetto lo scorso anno). Questa componente è destinata teoricamente a perequare la distribuzione delle risorse in base ai diversi contesti: in realtà, vista la sua entità molto modesta (1,5% del FFO), è in larghissima parte dedicata a contenere le variazioni delle risorse di ogni ateneo rispetto l’anno precedente. L’allegato 2 dello schema di decreto stabilisce una variazione compresa tra lo 0 e il +5% (lo scorso anno era tra +1 e +6%), prendendo in considerazione la somma relativa al FFO composta da quota base, quota premiale, intervento perequativo e piani straordinari. Questo parametro dal 2024 inserisce nel suo calcolo anche le risorse dei piani straordinari, diminuendo quindi la salvaguardia per gli atenei delle risorse realmente impiegabili per le proprie spese di base. Il range della variazione di quest’anno (0-5%), come abbiamo segnalato, è stato inusualmente concordato preventivamente con la CRUI, a cui sono state presentate tre ipotesi distributive (una che andava dal -5% al +10%, una dal -1% al +4% e questa). Con questa scelta, larga parte degli atenei statali (circa due terzi) mantengono inalterate le risorse dello scorso anno, sette acquisiscono risorse maggiori tra il 4 ed il 5%, sei tra l’1 ed il 2%. Però, attenzione, c’è l’ennesimo cavillo che trucca le carte: come precisato nell’allegato 2, le variazioni sono calcolate al netto delle somme versate in tale anno ai sensi dell’articolo 1, comma 834, della legge 30 dicembre 2024, n. 207 (cioè, dei 49.348.985 euro da restituire al MEF per il blocco del turn-over). In pratica, lo 0% da garantire non è un reale 0% (comprendente, in ogni caso, le eventuali nuove assunzioni ancora in coda dai precedenti piani straordinari), ma è un 0% al netto delle risorse inviate al MEF. Cioè, sarà in ogni caso una diminuzione di risorse. Un elemento indicativo di questo decreto di distribuzione del FFO, dove le risorse e le garanzie apparenti sono poi smentite dalle note, i rimandi, i numeri reali.

Un’ultima nota a margine. Noi siamo abituati a commentare le norme ed i decreti, non le intenzioni. Nella lettera di accompagnamento del testo ministeriale, però, si rappresenta, altresì, che il presente schema è stato predisposto sulla base delle risorse attualmente disponibili e del quadro normativo ad oggi definito. Al contempo, risultano in corso di esame iniziative normative che determineranno la disponibilità di ulteriori risorse ricavabili da precedenti stanziamenti che in assenza di intervento normativo costituirebbero economie di bilancio. Insomma, questo è lo schema a norme e risorse date, però potrebbe arrivare qualcosa d’altro. Ci sarebbe da domandarsi cosa e quanto. È possibile intuirlo, considerando che dal testo scompaiono le risorse vincolate per sostenere il semestre filtro a Medicina (30 milioni di euro nel DM 2025, poi portate a 50 milioni in corso d’opera). È quindi possibile che nelle prossime settimane o nei prossimi mesi, una volta verificate le economie di bilancio, ci sia un ulteriore stanziamento per sostenere nuovamente il semestre filtro, proprio intorno ai 50 milioni di euro. Così, i 50 milioni di euro annunciati da mesi, e ancora non presenti nel DM, finalmente si concretizzerebbero, con fondi però vincolati a questo scopo. Sentiremo forse allora la Ministra dichiarare con sommo gaudio di aver raggiunto un nuovo record nel FFO (a quel punto veramente intorno ai 9,415 miliardi di euro, con un aumento quindi di circa lo 0,5% rispetto lo scorso anno). Certo, questa sarebbe una situazione migliore di quella che emerge in questo testo. Lievemente, ma non sostanzialmente. Facciamo infatti presente che da una parte sarebbe un aumento estremamente inferiore all’inflazione (con tutti i problemi segnalati di sperequazione tra aumento dei costi e risorse disponibili), dall’altra che la Quota base rimarrebbe comunque in diminuzione rispetto il 2025, come la distribuzione a larga parte degli atenei (stante i vincoli a quella variazione dello 0% prevista per due terzi delle università pubbliche del paese).

In conclusione, l’università italiana continua a essere tra le meno finanziate con risorse pubbliche nel confronto internazionale. I dati OCSE confermano un quadro ormai strutturale: l’Italia non investe nella formazione terziaria come fanno le principali economie avanzate e considera l’università più come un costo da comprimere che come un’infrastruttura essenziale. Il rapporto Education at a Glance fotografa una distanza evidente: in Italia la spesa pubblica per l’istruzione terziaria resta sotto lo 0,6% del PIL, mentre in diversi Paesi europei comparabili supera l’1%. Questo divario non è neutro, non è scontato, non è inevitabile: è il risultato di scelte politiche ripetute (tagli al Fondo di Finanziamento Ordinario, mancata copertura dei costi strutturali, risorse insufficienti per diritto allo studio, alloggi, reclutamento e stabilizzazione del personale), compreso la persistente svalorizzazione del personale tecnico, amministrativo, bibliotecario e CEL, con stipendi significativamente inferiori rispetto alla media della pubblica amministrazione, nonostante la particolare qualificazione del lavoro di supporto alla didattica e alla ricerca (anzi, mentre aumentano carichi di lavoro e complessità amministrativa nella gestione dei progetti, rendicontazioni, procedure di reclutamento, supporto alla didattica e servizi agli studenti). Il rischio è duplice: da un lato aumentano tasse, contributi e costi indiretti per chi studia; dall’altro si riduce la capacità dell’università pubblica di garantire accesso, qualità e presenza territoriale. In un Paese che ha già meno iscritti e meno laureati rispetto ai principali partner europei, questa scelta restringe il diritto allo studio proprio dove sarebbe necessario allargarlo: tra le famiglie con redditi più bassi, nei territori periferici, nel Mezzogiorno, tra chi ha bisogno di borse, alloggi, tutorato e servizi reali. In questo quadro, la crescita delle università telematiche e profit non è un fenomeno neutro, ma una conseguenza cercata e sostenuta dallo stesso Ministero. Il vero record della Ministra Bernini e del Governo Meloni è questo: l’aver trasformato il sottofinanziamento in metodo di governo. Questa scelta politica si può e si deve rovesciare: servono risorse strutturali, un piano straordinario di stabilizzazione e allargamento degli organici, un reclutamento stabile, salari dignitosi, investimenti nel diritto allo studio, un piano per gli alloggi, il superamento della competizione al ribasso tra atenei. L’università non è un costo da contenere: è il luogo per produrre conoscenza, ridurre le disuguaglianze e costruire futuro.

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