Perché il mondo dell’istruzione e della ricerca sarà in piazza il 9 febbraio e aprirà il corteo di Cgil, Cisl e Uil

Qualche commentatore arguto e di lungo corso e qualche giovane parlamentare della maggioranza si chiedono in questi giorni (lo chiedono soprattutto alla Cgil e al nostro segretario generale Maurizio Landini) come sia possibile che i sindacati confederali abbiano indetto la manifestazione del 9 febbraio in piazza san Giovanni a Roma ora che il governo sembra approvare misure economiche e sociali a favore dei poveri, di lavoratrici e lavoratori. Ora che l’iniziativa dell’esecutivo sembra correre verso una redistribuzione della ricchezza verso le fasce più svantaggiate della società, in discontinuità, dicono, con quanto fatto dai governi precedenti.

L’interrogativo consente di rilanciare le ragioni, forti, convincenti e soprattutto condivise da gran parte del mondo del lavoro, della manifestazione del 9 febbraio.

Intanto, l’Italia è in recessione tecnica. L’economia italiana nel quarto trimestre del 2018, comunica l’Istat, ha registrato una contrazione dello 0,2%. In base a dati provvisori, si tratta del secondo trimestre consecutivo di calo dopo il -0,1% del periodo luglio-settembre.

“Nel quarto trimestre del 2018 l’economia italiana – commenta l’Istat – ha segnato una contrazione, che fa seguito a quella, più modesta, registrata nel terzo trimestre. Tale risultato negativo determina un ulteriore abbassamento del tasso di crescita tendenziale del Pil, che scende allo 0,1%, dallo 0,6% del trimestre precedente. Questa stima, che ha natura provvisoria, riflette dal lato dell’offerta un netto peggioramento della congiuntura del settore industriale a cui si aggiunge un contributo negativo del settore agricolo, a fronte di un andamento stagnante delle attività terziarie”.

Dinanzi a questi dati drammatici, la replica dell’esecutivo è stata una delegittimazione dell’Istituto nazionale di statistica che li avrebbe “taroccati”.

Un vizietto, quello dei governi, di attaccare l’Istat quando non porta belle notizie (spesso, purtroppo per noi) che appartiene decisamente anche a quello in carica. Certo nel caso di questo governo c’è qualcosa di peggio.

Quando si arriva agli attuali livelli di delegittimazione e di attacco nei confronti del nostro Istituto nazionale di statistica, il sospetto che la nomina del professor Blangiardo a presidente dello stesso Istituto non sia avvenuta per caso diventa una certezza.

Del resto lo abbiamo detto e ripetuto: l’indipendenza dell’Istat è indispensabile innanzitutto per la sua credibilità. Se venisse percepito come un ente schierato politicamente con il governo di turno, la sua stessa attendibilità presso l’opinione pubblica verrebbe messa in discussione.

Le posizioni del professor Blangiardo su temi centrali nel dibattito politico, dall’immigrazione ai diritti delle donne, in linea con alcune tendenze presenti nella maggioranza di governo, almeno nella sua componente leghista, sono oggettivamente preoccupanti per il ruolo di garanzia e di presentazione dei dati ufficiali: il rischio che si possa attribuire alla sua gestione una lettura parziale della realtà, screditando il lavoro dell’Istat, è alto.

E del resto questo attacco all’Istat è peraltro inutile anche ai fini della propaganda. Bastava dire la verità. Sappiamo bene che i dati forniti dall’Istat sulla decrescita degli ultimi due trimestri, dopo 14 trimestri consecutivi con segno positivo, dipendono dalla congiuntura internazionale negativa certo non imputabile al governo in carica.

Le ragioni di fondo della crisi specifica del nostro paese (come abbiamo ricordato tante volte anche in questo blog) c’erano prima e ci sono adesso. Il punto è quali misure si mettono in campo per affrontarle. Anni di politiche offertiste, mancanza di investimenti pubblici e privati a partire da quelli in istruzione, scienza e tecnologia, bassi salari e una debolezza costante della domanda interna hanno costruito le condizioni attuali per cui se l’Europa cresce noi cresciamo poco, se rallenta noi andiamo in recessione.

Da questo punto di vista, il governo non cambia assolutamente nulla, anzi prosegue convintamente sulla strada che il nostro paese ha imboccato da oltre 20 anni. Leggendo la nota di correzione al DEF sembrava che queste cose fossero chiare ma le misure adottate dal governo non affrontano i nodi e sono più condizionate dalla prossima scadenza elettorale delle europee.

Il primo vero segnale di discontinuità che ci attendevamo erano investimenti importanti proprio su istruzione e ricerca, vere misure anticicliche unite a una politica dello sviluppo altrettanto discontinua rispetto alle scelte del passato a partire dall’ambiente: risparmio energetico, manutenzione puntuale del territorio, ripopolamento delle aree interne e non certo grandi opere concepite sulla base di una idea di crescita che dobbiamo lasciarci alle spalle. Tutte cose evidentemente considerate secondarie nelle scelte del governo forse perché poco spendibili sul piano elettorale.

Ancora più sorprendente la scarsità di risorse destinate al rinnovo dei contratti pubblici dopo una intera campagna elettorale giocata anche sull’incremento delle retribuzioni (in particolare nella scuola) da parte delle attuali forze al governo. In termini percentuali, l’aumento previsto è ben lontano perfino da quanto assicurato dall’ultimo rinnovo contrattuale che, a regime, è stato pari al 3,48%.

Le risorse stanziate, infatti, corrisponderebbero ad un incremento delle retribuzioni medie del personale pari all’1,3% per l’anno 2019, all’1,65% (1,3% + 0,35%) per l’anno 2020 e all’1,95% (1,3%+ 0,35% + 0,3%) dal 2021. L’incremento medio sarebbe di circa 40 euro.

Nessuno si immaginava che in un solo contratto si potesse arrivare all’obiettivo di avere davvero salari europei nel mondo della scuola, della ricerca e dell’università, ma certo neanche quello che viene proposto. E poi nessuna vera risposta al precariato nei settori della conoscenza, quando è chiaro ormai che una delle chiavi per rilanciarli è stabilizzare il lavoro.

I due capisaldi della manovra vanno analizzati nel merito come del resto abbiamo fatto. Quota 100 è un provvedimento giustamente atteso da tanti e benvenuto in particolare nella scuola. Quello che noi ribadiamo però è che serve intervenire complessivamente sulla previdenza pensando innanzitutto alla pensione dei tantissimi precari, molti dei quali giovani che con l’attuale sistema contributivo non avranno nulla.

Non è tema da poco ed è giustamente rilanciato nella piattaforma di Cgil, Cisl e Uil. Un provvedimento, quota 100, che dovrebbe essere poi accompagnato da un piano straordinario di reclutamento e stabilizzazione a partire dalla scuola dove saranno oltre 140mila i posti scoperti a settembre.

La nuova misura di sostegno al reddito ha certamente il pregio di destinare risorse importanti verso fasce sociali che vivono una condizione di grave disagio ma il meccanismo con cui è costruita crediamo abbia molti limiti a partire dalla selettività che paradossalmente taglia fuori i poverissimi tra i poveri.

Personalmente trovo poi molto scorretto chiamarlo reddito di cittadinanzamisura che si fonda invece sull’universalità. Ma questo è il meno. La manifestazione indetta da Cgil, Cisl e Uil del 9 febbraio dunque non è “contro” il governo in quanto tale come racconta la propaganda ufficiale.

La piattaforma chiede soprattutto al governo di dare ascolto al mondo del lavoro, alle proposte e alle indicazioni emerse da centinaia di assemblee. Non è la prima volta per il movimento sindacale italiano, anzi è un tratto caratteristico di cui siamo fieri: quello di pensare a una idea complessiva di paese avanzando proposte e rivendicando politiche economiche e sociali diverse da quelle in essere.

Come scrivono Cgil, Cisl e Uil,

“la legge di bilancio, appena approvata, ha lasciato irrisolte molte questioni fondamentali per lo sviluppo del Paese, a partire dai temi del lavoro, delle pensioni, del fisco, degli investimenti per le infrastrutture, delle politiche per i giovani, per le donne e per il Mezzogiorno. Temi sui quali Cgil, Cisl e Uil hanno avanzato indicazioni e proposte credibili e realizzabili che non hanno trovato riscontro nella legge di stabilità avanzata dal Governo”.

Per dirla in poche ma efficaci parole: ciò che si obietta al governo Conte è la continuità sostanziale con i governi precedenti su molti versanti tra cui la disintermediazione dei soggetti sociali e istituzionali. Le affermazioni agghiaccianti di esponenti del governo per i quali l’unico vero sindacato sarebbe lo Stato, momentaneamente rappresentato dal M5S, rimandano a una idea totalitaria che si commenta da sola.

La manifestazione è invece senza dubbio contro quella che si scrive autonomia differenziata ma che si legge secessione dei ricchi come ben dice Gianfranco Viesti. Contro, sì. Innanzitutto per gli effetti che avrà sul sistema nazionale di Istruzione.

Insomma, come unitariamente con Cisl e Uil scuola abbiamo evidenziato:

“Quello che si ipotizza non è un semplice decentramento amministrativo: siamo in realtà in presenza di un progetto di vera e propria devoluzione, che investirebbe in pieno il sistema scolastico del Paese, minando l’unità culturale della nazione, per dare vita a progetti formativi regionali e localistici ben al di là di quella giusta attenzione alle specificità territoriali che, già a sistema vigente, sono assicurati dall’autonomia scolastica prevista dalla stessa Costituzione”.

Sull’autonomia differenziata e sugli enormi rischi per l’Italia abbiamo inviato una lettera, firmata dai segretari di Flc, Cgil, Cisl e Uil scuola, al premier Giuseppe Conte e ai presidenti delle Commissioni Istruzione di Camera e Senato nella quale chiediamo un incontro urgente e

“di adoperarsi affinché nessun passo venga fatto ulteriormente in nessuna sede, né governativa né regionale, senza aver preliminarmente investito il Parlamento, a partire dalle Commissioni competenti, e senza aver avviato nel Paese un grande confronto che coinvolga i soggetti di rappresentanza politica e sociale come si richiede per una materia di tale importanza per la vita delle persone e dell’intera comunità nazionale”.

Siamo in attesa di una risposta, che speriamo ci giunga al più presto. La manifestazione del 9 sarà il primo segnale di opposizione a questa misura ma, può esserne certo il governo, non sarà l’ultimo.

La manifestazione è senza dubbio contro le politiche xenofobe e razziste del governo perché pensare di costruire consenso sulla pelle degli ultimi alimentando paure e guerre tra poveri, violando la Costituzione e le norme del diritto internazionale, facendo propaganda per un partito politico utilizzando il corpo delle persone non è accettabile, non può e non deve essere accettato.

Come non può e non deve essere accettato che si continuino ad attaccare i luoghi dell’integrazione a partire dalle scuole come è avvenuto a Monfalcone inventando un “prima gli italiani” che non ha cittadinanza per fortuna nel nostro mondo dove vengono e verranno sempre prima i bambini e le bambine, dove la Costituzione si costruisce ogni giorno.

Anche per queste ragioni, forti e condivise, lavoratrici e lavoratori dell’Istruzione e della Ricerca, studentesse e studenti apriranno il corteo di Sabato 9 Febbraio.

Fonte: Huffington Post